Testo - "Memorie" Giuseppe Garibaldi

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Io non devo dar principio a narrare della mia vita - senza far cenno de' miei buoni Genitori - il di cui carattere ed amorevolezza - tanto influirono sull'educazione mia - e sulle disposizioni del mio fisico. Mio padre figlio di marino, e marino lui stesso dall'età più tenera - non avea certamente quelle cognizioni di cui sono fregiati gli uomini del suo ceto - nella generazione nostra. Giovine aveva servito sui bastimenti di mio avo - più avanti, aveva comandato bastimenti propri. Vari erano stati i periodi della di lui fortuna - e non di rado - lo udii raccontare - che più agiati avrebbe potuto lasciarci - Io però li sono riconoscentissimo, del come mi ha lasciato - ben persuaso, ch'ei nulla trascurò per educarmi, anche in tempi, ove scaduto di fortuna - l'educazione dei figli, disagiava certo l'onestissima sua esistenza. Se mio padre poi, non mi fece dare più colta educazione, esercitare nella ginnastica, scherma, ed altri esercizi corporei - fu piuttosto colpa dei tempi - in cui grazie agli Istitutori chiercuti - propendevano piuttosto a far della gioventù, tanti frati e legali, anziché buoni cittadini, capaci di professioni virili ed utili - ed atti a servire il loro devastato paese. D'altronde era sviscerato l'amor suo pei figli - e quindi temente: non si spingessero a bellici divisamenti. Tale trepidazione dell'amato mio padre - prodotta da soverchio affetto - è forse l'unico rimprovero da farli - giacché per timore di espormi troppo giovane ai disagi, ed ai pericoli del mare - egli mi trattenne contrariamente all'indole mia - sino verso i quindici anni - senza permettermi di navigare. E non fu savia determinazione - essendo io, oggi, persuaso: che un marino deve cominciare la carriera giovanissimo - se possibile prima degli otto anni - Essendo in tale pratica: maestri i Genovesi - e gl'inglesi massime. Far studiare i giovani destinati al mare, a Torino, o a Parigi - ed inviarli a bordo oltre i vent'anni - è sistema pessimo - Io credo meglio: far fare i loro studi a bordo, e la pratica di navigazione nello stesso tempo. E mia madre! Io asserisco con orgoglio, poter essa servir di modello alle madri - E credo, con questo aver detto tutto. Uno dei rammarichi della mia vita - sarà quello, di non poter far felici gli ultimi giorni della mia buona genitrice - la di cui vita ho seminato di tante amarezze colla mia avventurosa carriera. Soverchia è forse stata la di lei tenerezza per me ¿Ma non devo io all'amor suo - all'angelico di lei carattere, il poco di buono che si rinviene nel mio? Alla pietà di madre - verso il prossimo - all'indole sua benefica e caritatevole - alla compassione sua, gentile, per il tapino, per il sofferente - non devo io forse la poca carità patria, che mi valse la simpatia e l'affetto de' miei infelici ma buoni concittadini? Oh! abbenchè non superstizioso certamente - non di rado - nel più arduo della strepitosa mia esistenza - sorto illeso dai frangenti dell'Oceano - dalle grandini del campo di battaglia... mi si presentava: genuflessa, curva, al cospetto dell'infinito - l'amorevole mia genitrice - implorandolo per la vita del nato dalle sue viscere!... Ed io benché poco credente all'efficacia della preghiera - n'ero commosso! felice! o meno sventurato!